Alla fine Draghi si è buttato giù da solo. Il fenomeno non poteva che congedarsi con un capolavoro. Un consenso di palazzo oceanico dilapidato in poche ore. Davvero sbalorditivo. Al punto che in molti sospettano lo abbia fatto apposta. Forse per stanchezza, forse per calcolo. Ambisce ancora al Quirinale ed incombe l’autunno e con esso la verità. O forse la sua è stata solo arroganza ed imperizia. Del resto che la politica non fosse il suo mestiere lo si era capito fin dalla nomina di quello che verrà archiviato come il governo più insulso della storia repubblicana. Chissà. Intanto gli italiani che da mesi lo ignorano beatamente e quelli che gli chiedono a gran voce di levarsi di torno, si godono la bella notizia. Anche questo Messia era una sola e il diluvio universale sarebbe solo un toccasana con sto caldo. Altro che ipocriti spauracchi. A tifare Draghi erano giusto le solite manciate di politicanti in carriera, lobby con giornalini al seguito e qualche barbaro tecnocrate. In nome della stabilità, già, ma dei loro interessati sederini. Ed è questo che ha colpito di più dell’insapore era Draghi. Annunciato come un fenomeno di caratura internazionale, il suo governo ha veleggiato nell’ordinaria mediocrità. Mai uno spunto, mai un guizzo. Come da tradizione della casa del resto, se alla democrazia gli togli la politica, si finisce nel solito pantano tecnocratico. Amen. Non resta che guardare avanti. La Meloni scalpita per diventare la prima premier donna che non sarebbe neanche male se non fosse per quel pedigree fascistoide. Dalla sfinge draghiana alle scenate isteriche da mercato rionale. Dal calarsi le braghe davanti alle tecnocrazie d’oltralpe, allo spezzargli le reni Eia Eia Alalà. Dal mignolino, al braccio alzato. Del resto Salvini si è bruciato e Berlusconi ha un piede più di là che di qua. Se toccherà alla destra governare, alla Meloni spetterà la premiership. Solo una guerra fratricida potrebbe fermare la sua ascesa e mai mettere limiti alla provvidenza. San Salvini e lo spettro berlusconiano potrebbero fare un’altra grazia. Il tempo stringe e dall’altra parte la situazione rimane deprimente. Il Pd spera di capitalizzare i lunghi mesi trascorsi diligentemente tra le natiche di Draghi. Poltronismo viscerale spacciato come senso di responsabilità in nome di una emergenza che però esiste solo nella loro testa. Un partito di palazzo a prescindere, conservatore prima di tutto di se stesso e che vegeta grazie ad una cocciuta clientela altolocata. Se gli italiani tornassero a votare in massa, il Pd si sgonfierebbe all’istante. E lo sa, per questo vagheggia di un campo santo. Vogliono mettere insieme i vari resti di scissioni pretestuose e deliri egopolitici di matrice centrista per stare a galla. Frattaglie anch’esse miracolate dall’astensionismo e in perenne smania di poltrone. Ma pare che la combriccola del campo santo non voglia più il fu Movimento tra i piedi. Altra notiziola non male. Non gli perdonano che abbiano osato mollare le messianiche chiappe. Meglio tardi che mai anche se ormai del Movimento rimane ben poco. Ha perso troppi pezzi per strada e soprattutto credibilità nelle periferie che lo avevano premiato. Dopo i primi mesi a razzo, il Movimento si è dissolto nei palazzi e la metamorfosi contiana ha molti non va giù. Il progetto era diverso. Anche quello culturale. La fortuna del fu Movimento potrebbe essere che i tempi sono stretti perché nasca qualcosa di nuovo e che quindi non vi siano altre alternative alla vecchia sbobba partitocratica. Ma molti potrebbero preferire starsene a casa piuttosto che tapparsi il naso. Il tempo stringe e il sistema si sta preparando. Dal pericolo populista si passerà a quello fascista. Dal pericolo post ideologico a quello ideologico da secolo scorso. Fino a ieri inciuciavano serenamente e adesso ricominceranno a fingersi acerrimi nemici. Se poi riusciranno a boicottare la Meloni e non vincerà nessuno, apparirà un nuovo messia e non resterà che attendere la prossima ammucchiata.

Tommaso Merlo