Il fallimento di nonno Draghi potrebbe riaccendere gli entusiasmi del 2018 per un cambiamento radicale. Altro che restaurazione. Altro che ipocrisie pandemiche. Checché ne dicano i giullari di corte, l’inciucio draghiano è frutto dell’irresponsabilità e arretratezza della nostra politica. In una democrazia sana ed evoluta, i partiti avrebbero collaborato per fronteggiare la pandemia restando ognuno al proprio posto. Rispettando cioè le proprie identità e il voto dei cittadini. Ma essendo irresponsabili ed immaturi, hanno prima aperto una crisi in piena pandemia e poi hanno imbastito il solito mega inciucio. Già, per smettere di litigare i partiti nostrani hanno bisogno di una poltrona sotto le natiche. E così siamo all’ennesima sospensione della democrazia e alla delega del potere popolare all’ennesimo tecnocrate calato dall’alto. Ma finché Draghi viene spacciato come un messia che ci sta salvando dalla catastrofe, il gioco regge. Il problema è se quel messia si rivela un nonno che rispolvera leggi di bilancio anni Novanta e giurassici vizietti. Il problema è se viene a galla che a salvarci dalla pandemia è stata in realtà la scienza e la responsabilità dei cittadini e non certo Lui e tantomeno la politica e i suoi surrogati, checché ne dicano i giullari di corte. Già, il fallimento di nonno Draghi potrebbe riaccendere gli entusiasmi del 2018 per un cambiamento radicale. Altro che restaurazione. Ma al momento imperversa un glaciale silenzio conformista. Vi sono altre priorità e i vincitori delle elezioni han tirato i remi in barca. Salvini è sparito, l’ala governista della Lega gli ha messo la mascherina fino al naso. Ha smesso perfino di lagnarsi per l’inarrestabile invasione degli infedeli, il tutto mentre la Meloni si sta rifacendo il guardaroba da premier. Ma è la riesumazione di Berlusconi a fotografare lo stato pietoso della destra nostrana. Altro che nuovo sovranismo, trucco e parrucco della solita armata brancaleone a caccia di poltrone e senso esistenziale. Dall’altra parte è ancora peggio. Conte sembra sempre più un pesce fuor d’acqua. Quello del capopopolo non è il suo mestiere. Troppo macchinoso ed evanescente e poi i tempi dei “salvatori della patria” sembrano davvero passati a certe latitudini. Quanto al suo “nuovo” Movimento rimane una nebulosa politichese e ormai le inversioni a U non si contano più. Il Movimento degli albori voleva annientare il Pd mentre adesso copula. Ed è questo il punto. La credibilità. Per avere qualche possibilità di superare la soglia di sbarramento, Conte avrebbe dovuto ripartire da zero. Fondando Movimento Vivo oppure Forza Movimento o qualcosa del genere. Quanto al Pd si ritrova primo partito senza battere ciglio. Grazie ad uno zoccolo davvero duro di testa oltre che a schiere di penne e lingue altolocate, gioisce delle disgrazie altrui. Più che un partito un misto tra una casa di riposo e un poltronificio con sede nel centro storico. L’unica bella notizia è che non vota più nessuno e ancora meno segue la politica, vuol dire che i cittadini non se la bevono. La loro fiducia in questi partiti e nei giullari di corte e molto inferiore allo zero e attendono che passi la tempesta. Altro che mettere la retro, vorrebbero accelerare. A smuovere le acque c’è in giro solo Di Battista. Coerenza ed idealismo confortano in tempi così cupi, ma l’indignazione non basta. In che paese ed era viviamo lo sappiamo fin troppo bene. Serve una proposta politica concreta per vedere se attecchisce ancora l’anima movimentista oppure se ci vorranno anni per rimuovere le macerie inciuciste. Serve un proposta concreta che dreni i “portavoce” delusi e confusi e soprattutto che funga da punto di riferimento per i milioni di voti che il fu Movimento ha perso per strada. Serve un punto d’incontro in cui si possa esprimere quello che rimane dell’intelligenza e della coscienza collettive che hanno generato lo tsunami del 2018 e Di Battista ha la credibilità e la popolarità per farsene promotore. Certo, la tempesta perfetta difficilmente si ripeterà, ma vi sono tutte le premesse affinché riprenda presto la strada del cambiamento radicale. Questo perché l’arroganza della vecchia partitocratica unita alla mollezza dei rivoluzionari de noialtri, ha fatto sì che in Italia non sia cambiato sostanzialmente nulla e quindi tutte le istanze che hanno generato lo tsunami del 2018 sono ancora vive e vegete. Istanze che attendono solo di essere rappresentate. Son passati del resto solo tre anni, non trenta. I politicanti al calduccio dei palazzi possono anche cambiare idea, ma i poveri cristi fuori al freddo no e attendono nuove opportunità. Al momento imperversa un glaciale silenzio conformista. Siamo alla sempiterna sospensione della democrazia smarriti in una nebbia di pensiero unico e conformismo. L’unica bella notizia è che non vota più nessuno e ancora meno s’informa, vuol dire che i cittadini non se la bevono e il fallimento di nonno Draghi potrebbe riaccendere gli entusiasmi del 2018 per un cambiamento radicale. Altro che restaurazione.

Tommaso Merlo