Draghi non si degna nemmeno di rivolgersi al popolino ma la stampa delle lobby lo difende a spada tratta. Con Conte si strappavano le vesti perché la conferenza stampa era in ritardo di qualche minuto e per le presunte stecche comunicative dell’ex premier. Un’ipocrisia davvero imbarazzante e che conferma come dietro a Draghi vi sia ben altro e cioè un tentativo di restaurazione politica. Draghi è un premier voluto ardentemente dal vecchio sistema che sta provando a riconquistare il potere fin dalla sbornia del 4 marzo. Un vecchio sistema che si è retto per decenni sulla triade lobby economiche, partiti e stampa al seguito e che se l’è spassata finché il popolino non si è messo di traverso. Per tre anni il vecchio sistema si è accanito contro Conte e dopo un lungo lavoro ai fianchi e ben due governi, è riuscito a levarselo dai piedi sostituendolo con un tecnocrate non eletto da nessuno ma con tutti i crismi a loro graditi. Draghi è l’emblema di quell’elitarismo neoliberista che ha imperversato per decenni. Col potere sottratto al popolino e finito nelle mani delle lobby e dei loro alfieri politici e giornalistici. Una versione mutilata di democrazia al servizio del profitto e del prestigio di pochi e che doveva garantire crescita economica e benessere ed invece ha fatto dilagare povertà ed ingiustizia sociale oltre che provocare una deriva morale, una razzia di diritti e un modello distruttivo per il pianeta. È storia. Lo scontro tra élite e popolino è solo una conseguenza. La grave crisi pandemica è stata l’occasione che i restauratori aspettavano per provare a tornare al potere. Che i giornali delle lobby osannino senza pudore Kim Jong Draghi non sorprende affatto, che i vecchi partiti si siano precipitati in un’ammucchiata che attendevano da tempo nemmeno. L’unica stranezza è che siano stati al gioco anche i due i vincitori del 4 marzo e cioè le forze politiche che hanno rappresentato la voglia di riscatto del popolino. Sorprende meno la Lega, un partito in realtà vecchio e che in fondo è di sistema al di là della propaganda spicciola. Sorprende molto di più il Movimento, una forza realmente innovativa e che infatti sta pagando un prezzo politico carissimo per la sua inspiegabile genuflessione a Draghi e a tutto il vecchio sistema che diceva di voler scalzare. I restauratori esultano ma un conto sono le metamorfosi delle forze politiche e dei politicanti, un conto sono i cittadini in carne ed ossa e le loro idee. Il 4 marzo è stata una ribellione popolare contro la democrazia mutilata dal lobbismo, dall’elitarismo e dalla deriva neoliberista. Istanze politiche e anche culturali sostanziali. Non marketing politico. Se i partiti che hanno rappresentato quelle istanze si rimangiano tutto, peggio per loro. Finiranno ai margini della storia. Quelle istanze rimarranno vive finché non otterranno adeguate risposte politiche e prima o poi troveranno altre vie per essere rappresentate democraticamente. Al momento Kim Jung Draghi non ha nemmeno un’opposizione politica. La Meloni per ora sonnecchia mentre dalle ceneri del Movimento non è ancora emerso nulla di concreto. Eppure mai come oggi sarebbe fondamentale un’opposizione forte. Questo perché dietro al governo di Kim Jung Draghi c’è molta più politica di quello che vogliono farci credere. C’è una vera e propria restaurazione in corso. Non solo cioè il riciclo di vecchie élite e dei loro alfieri, non solo il riciclo di vecchie lobby e dei loro interessi. Ma il riciclo di una visione ingiusta di democrazia e di un modello fallimentare che ha dominato la scena negli ultimi decenni. Per ora Kim Jung Draghi può permettersi di non rivolgersi nemmeno al popolino. La pandemia ha del resto rimescolato le priorità. Ma non appena la politica ritornerà protagonista sarà costretto a farci i conti. Lui e tutti i protagonisti di questo palese tentativo di restaurazione.

Tommaso Merlo