La Lega di Matteo Salvini è diventata saldamente europeista. Viviamo in un periodo di grandi transizioni sotto il cielo. Verdi, nere. Personali, di partito, di paradigma. Dicono che la Conversione sulla Via di Bruxelles del Capitano sia dovuta ai ceti produttivi del profondo nord che impoveriti dalla pandemia si son stancati delle solite panzane propagandistiche. Si sa, viviamo in un mondo dannatamente materialista. Va bene il sovranismo, va bene tutto il bla bla bla politico davanti ad un bicchiere di vino, ma se poi ti trovi con le tasche vuote allora che vadano tutti in mona. Gli schèi e la propria baracca prima di tutto. È così che i ceti produttivi del profondo nord avrebbero afferrato la cornetta e tempestato di telefonate incandescenti gli “alberti di giussano” de noialtri. Basta cazzatine sui social, basta sterili flatulenze e tutti dentro all’ammucchiata governativa per liberarsi dalla dittatura sanitaria di Conte. Meno chiusure, più indennizzi, meno balzelli e scadenze. Una visione terra terra ma cristallina. L’unico piccolo problemino era che fino a quel giorno Salvini era un punto di riferimento del sovranismo continentale nonché leader di quello nostrano. Già storico ammiratore di Putin, già fan di Trump, già paladino della lotta contro tutti quei figli di Troika che aleggiano per l’Europa. Probabilmente Salvini non credeva alle sue orecchie quando gli hanno proposto di rimangiarsi tutto in un sol boccone. Indipendentista padano. Sovranista italiano. Ora addirittura europeista. E che diamine. Ma viviamo in un periodo di grandi transizioni e probabilmente lo hanno fatto ragionare ricordandogli un paio di cosette. Tipo che “ceti produttivi del profondo nord” tradotto significa voti. Tipo che a braccetto con Draghi significa rifarsi una verginità da statista e la prossima volta che si lancerà verso i pieni poteri troverà le porte spalancate. E poi può sempre papeetare tutto se si mette male. Solito copione. Un po’ di lotta, un po’ di governo e quando gli conviene può mandarli tutti in mona. Già. E l’esordio dell’ammucchiata non promette nulla di buono. Altro che cambio di rotta, Salvini si ritrova al governo con gli stramaledetti Speranza e Lamorgese, il Cts al gran completo e se non bastasse Draghi sta scopiazzando senza pudore quell’incapace totale di Giuseppe Conte. Come contentino Salvini vorrebbe almeno la testa di Arcuri su un piatto d’argento, ma potrebbe non bastare. Già, il vero problemino è che una politica alternativa per uscire dalla pandemia non esiste. Una scienza alternativa nemmeno. Salvini non può affatto liberare i ceti produttivi del profondo nord dalla dittatura sanitaria dato che era ed è una panzana propagandistica. Salvini rischia così di venire travolto dallo stesso malcontento che fino a ieri aizzava dall’opposizione. Per questo già scalpita e c’è chi teme papeeti tutto prima del previsto. Se non reagirà per tempo Salvini rischia di finire a fare il portaborse della Meloni. Sempre che la Sorella d’Italia abbia voglia di avere un neo-europeista convinto tra i piedi. Ma viviamo un periodo di grandi transizioni sotto il cielo. Verdi, nere. Personali, di partito, di paradigma. E può succedere di tutto.

Tommaso Merlo